Parlare del sen. Giovanni Spagnolli è, per me, un dovere di pietà filiale oltre che di giustizia. Giovanni Spagnolli era un amico di mio padre, un'amicizia nata nell'Associazione dei Giovani di Azione Cattolica della parrocchia di san Marco di Rovereto e in quella struttura educativa che era l'Oratorio Rosmini. Era un'amicizia di quelle che si costruiscono di affetto e di rispetto, come sempre dovrebbero essere le amicizie, ed aveva messo le sue radici negli anni eroici dell'Azione cattolica quando le squadracce del regime fascista menava i manganelli contro coloro che avevano il coraggio delle loro idee e che non dimenticavano che i valori dello spirito vengono prima delle ideologie e delle appartenenze politiche.
Fino al giorno della mia partenza per la missione del Burundi, non conoscevo personalmente il Senatore Spagnolli. Ne avevo sentito parlare in casa mia, lo conoscevo dai giornali, era un motivo di orgoglio cittadino, perché aveva raggiunto i posti di governo, ma tutto rimaneva dentro questi termini. In occasione della mia partenza per la missione del Burundi, iniziò una specie di collegamento che sarebbe durato poi per il resto della mia vita. Coincidenza di ideali? Penso proprio di sì, soprattutto se penso che finché ero in seminario a Trento e fino all'ordinazione sacerdotale i nostri cammini non si erano mai incrociati. Non era tra gli invitati della mia prima messa, malgrado fosse un'autorità della città. Pensandoci ora, a distanza di quasi quarant'anni, mi pare che al momento della mia partenza per il Burundi si sia prodotto una specie di fenomeno di risonanza, di sintonia di ideali che risvegliò una comunanza di ideali e di aspirazioni.
Infatti egli era amico, per la medesima ragione per cui lo divenne anche con me, anche di un altro missionario concittadino, Padre Mario Veronesi che, a sua volta, era amico di mio padre. In quell'occasione, estate del 1966, il Senatore mi avvicinò, volle conoscermi e mi disse, con grande semplicità e disponibilità, che se avessi avuto bisogno di aiuto, ogni genere di aiuto, egli era pronto ad attivarsi in ogni modo possibile. Concluse la conversazione dandomi un assegno, che io presi con riconoscenza, ma che, secondo me, sarebbe stato la conclusione di una cortese attenzione che non avrebbe avuto altro seguito.
Invece cominciò tra noi due una lunga comunanza di idee e di ideali che io comprendo oggi essere molto profonda e venire proprio dal suo cuore. Mi scriveva abbastanza di frequente in Burundi e oggi mi dispiace di aver cestinato quelle lettere in cui mi parlava della missione che sentiva essere anche sua, dei suoi figli impegnati a vario titolo e in vario modo nella missione in Africa, di un suo cognato anche lui missionario gesuita in India, del suo impegno politico per un mondo che doveva essere ricostruito sulle coordinate del Regno di Dio e, ovviamente, del suo impegno politico che egli sentiva fortemente come importante per un cristiano che voglia essere coerente con il battesimo. A quel tempo era capogruppo della Democrazia Cristiana al Senato, mi faceva puntuale relazione del suo impegno per salvare l'istituto matrimoniale dal divorzio e mi mandava anche copia dei suoi interventi nell'aula dei Senato. A quel tempo non ero particolarmente interessato alle controversie politiche italiane, ma la sua sincera convinzione mi conquistava e mi faceva rispondergli con lettere, lunghe e articolate, che erano però più il segno della mia ammirazione per lui che della mia partecipazione alle lotte che il partito propugnava. Ed egli mi rispondeva ribattendo ai miei dubbi e alle mie perplessità sulla maniera con cui la questione era dibattuta e portata avanti dalle forze democratiche di ispirazione cattolica.
Venni in Italia e, trattenuto a Roma alla direzione dei Missionari Saveriani, ebbi modo di avvicinarlo e di misurare la sua carica umana, sia in occasione della morte del mio Babbo che in altre circostanze meno dolorose. Venne qualche volta alla nostra direzione generale di Roma, senza scorta e senza quella pompa magna che gli spettava come Presidente del Senato della Repubblica, e si trattenne per la cena, discutendo fraternamente anche con gli altri missionari presenti alla direzione generale, dell'impegno dei cristiani nella missione. Quello che ammiravo in lui, e con me anche i miei confratelli, era la schiettezza della sua fede e le sue idee, veramente cristiane, sulla politica, sul dovere di fare politica, come forma della carità cristiana. Egli attingeva la sua dottrina, oltre che dalla dottrina sociale della chiesa, dall'eredità del Rosmini di cui era grande conoscitore ed estimatore. Leggeva costantemente “La Civiltà Cattolica”, e ogni tanto, con mia sorpresa e, devo dirlo?, con sconcerto da parte mia, me ne citava gli editoriali e gli articoli, specialmente quelli di p. Bartolomeo Sorge, che era il direttore di quella prestigiosa Rivista oltre che suo padre spirituale. Per vecchi pregiudizi, io ero abbastanza restio, se non addirittura scettico, nei confronti della rivista dei Gesuiti e devo riconoscere che cominciai a leggerla in modo sistematico proprio per la sua insistenza e più ancora per la sua testimonianza, trovandola nuova e aperta oltre ogni mia attesa o pregiudizio che fosse.
Ammirai la coerenza con cui si ritirò dalla carica di presidente del Senato, quando da parte dei vertici del partito si chiese un ringiovanimento delle fila dei parlamentari. Molto semplicemente si fece da parte, senza lagne e senza rivendicazioni, mentre altri, che glielo avevano chiesto, rimasero, per lungo tempo ancora, attaccati ai loro posti, come mi fece notare la sig. Angelina, sua moglie.
Dopo il suo ritiro entrò in un altro genere di impegni: aveva il pallino del laicato missionario e, in particolare, dell'impegno dei volontari nella missione ad gentes . Avendo i suoi figli preso la strada della missione, come volontari e medici, egli era visibilmente coinvolto in questo campo allora molto praticato. Ma vedeva anche tutto il rischio che il volontariato correva di mettersi su dimensioni parallele e non convergenti con la missione della chiesa. Non perdeva occasione per ricordarmi che la missione era unica, ma che proprio per questo aveva bisogno di una pluralità di interventi e di impegni, perché, diceva, la chiesa non la possono costruire solo i preti e le suore. Mi ricordava, in modo tanto garbato quanto chiaro, i limiti della nostra maniera di essere missionari: quelli erano gli anni in cui, grazie al magistero conciliare e postconciliare, la missione ad gentes era in cantiere, in via di rinnovamento, per liberarla dai residui del colonialismo, per rilanciarla in una nuova prospettiva, che la facesse diventare meno clericale e più cattolica!
Sentivo nelle sue considerazioni gli echi delle idee di Giovanni Lazzati, indimenticabile Rettore della Università cattolica di Milano, suo maestro e coraggioso riformatore della chiesa. Il Senatore mi raccomandava con passione il dovere di sostenere il volontariato cristiano e laico, cercando una formazione cristiana e sociale autentica ai laici, oltre che ai preti, che andavano come volontari nelle missioni. Egli era convinto che questa era la strada non solo per una migliore missione ad gentes , ma anche per un rinnovamento conciliare dei laicato cattolico.
Almeno per due o tre anni, verso i primi anni ottanta, ricordo il Senatore, che partecipava alle riunioni della LVIA, dirigerne le riunioni abbastanza tumultuose e caotiche: “Ho guidato assemblee ben più disordinate”, mi diceva argutamente alludendo alle riunioni del Senato della Repubblica. In quelle occasioni mi invitava a parlare dello sviluppo inteso secondo gli insegnamenti della Populorum Progressio , l'enciclica di Paolo VI; mi ricordava, che non si poteva trattare di uno sviluppo qualsiasi, ma che doveva essere uno sviluppo pieno e integrale della persona umana, e affermava che era necessario evangelizzare il settore dell'economia che non può essere lasciato alle soli leggi del mercato. In questo anticipava temi e sensibilità proprie del nostro tempo segnato dal fenomeno della globalizzazione. Egli che era un economista di professione, sapeva bene quello che diceva.
Ripensandoci oggi, mi rendo conto di essere stato un privilegiato, di aver avuto la fortuna o, se vogliamo parlare da cristiani, la grazia di conoscere da vicino un uomo straordinario e un cristiano autentico di cui allora non ho potuto valutare in pieno la grandezza e di un uomo politico con la P maiuscola, di un uomo che aveva un'alta considerazione del bene comune della polis e che sentiva questo genere di impegni come un imprescindibile forma del suo essere uomo e cristiano, una forma della virtù teologale della carità.
Per questo volentieri e con fierezza scrivo queste righe a testimonianza del suo impegno politico da cristiano. Lo faccio soprattutto oggi mentre vediamo personaggi politici che fanno ostentata millanteria del loro essere (o del loro dirsi?) cristiani, mentre mi pare troppo facile professarsi politici d'ispirazione cristiana, e farlo soprattutto in vista delle elezioni, rifacendosi magari ad Alcide De Gasperi, per ricordarne la pazienza … Essere politici da cristiani è arte soprannaturale che non si improvvisa tanto facilmente! In Giovanni Spagnolli, come del resto in De Gasperi, vediamo uno di quei cristiani formatisi dopo la prima guerra mondiale e forgiatisi nel crogiolo dello scontro con il regime fascista; un cristiano che non aveva timore di mostrarsi in chiesa nel contesto feriale e non solo in occasione delle feste grandi o delle processioni solenni che sfilano sotto gli occhi dei potenziali elettori, ma uno di quei cristiani della messa delle otto del mattino, che vedevi sostare in chiesa in silenzio e accostarsi semplicemente al confessionale, come tutti, in una parola, uno che ci credeva. Questa è la scuola della politica autentica, fatta da cristiani con i principi del Vangelo e non solo con la benedizione della gerarchia.
E per questo reputo che tutti coloro che fanno parte di un'associazione che si intitola “Amici del Senatore Giovanni Spagnolli” sia un impegno di notevole spessore morale, una associazione che si è dato, con lui, non solo un modello valido e alto, ma anche un impegno per lo sviluppo autentico e solidale di quella folla di persone che sembrano non contare nulla nel concerto delle grandi nazioni del mondo. Per questi nostri fratelli e sorelle più poveri, anche se lontani, anche se incapaci di renderci il contraccambio, dobbiamo far rivivere la carità politica e l'impegno storico del Senatore Spagnolli, questo nostro indimenticabile Concittadino di cui non possiamo che andare fieri.
Rovereto, 7 agosto 2004
Gabriele Ferrari s.x.